Rane bollite o…?

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Un anno fa scrivevo questo post.

E, dopo 12 mesi di zoom call (e vario altro…), cosa è ancora valido? 

Diciamo che l’attesa l’abbiamo imparata, un po’ da rane bollite, un po’ perché vale sempre la speranza che “domani passerà” (e sennò che si fa?).

Condivido e rileggo un’altra volta anche io. E poi se vi va ci vediamo mercoledì 24 ore 18.45. Dove? 👉 Vedi LINK

Post di un anno fa👇

18 MARZO 2020 - POST FACEBOOK 

Ho scritto questo post per tre volte e per tre volte l’ho cancellato, pur avendolo di volta in volta lasciato decantare una notte.

Mi è stato chiesto di scrivere qui in questa pagina “Perché si nota che sei silente e forse dovresti dire qualcosa visto che sei nell’ambito della comunicazione.”

Io sono una che non ha accettato facilmente “lo stare a casa”. 

Pure essendo una fortunata, oggi. Lo smart working per me non è una novità. Solo da un anno e mezzo ho un ufficio fuori casa. 

Dieci anni fa avevo voluto un ufficio in casa, perché per me non aveva senso pagare un affitto per un ufficio quando avevo una casa grande abbastanza da potercene far stare uno dentro. E lo dico: ero considerata una sfigata!  

Ora invece sono avvantaggiata visto che per me smart working è normalità: 

sono tecnologicamente attrezzata, e sono mentalmente strutturata per poter gestire spazi e tempi per lavorare da casa (es. so già quanto è importante darmi degli orari e non mettermi davanti al computer in pigiama).

Se parliamo di comunicazione, oggi, non mi sembra di avere nulla di buono da dire. Sto osservando ciò che sta accadendo, e mi rendo conto che le regole valide fino a pre-emergenza, ora valgono meno, e tra un po’ si azzereranno. E dopo? Non lo so.

Adoro i miei atleti, perché nel loro piccolo cercano di dare un contributo regalando ciò che possono regalare.  Sono invitati dalle aziende a dare valore in qualità di “personaggi pubblici che possono incitare, guidare, ispirare.” 

Il mio unico suggerimento a loro è quello di fare ciò che autenticamente si sentono di fare, ciò che ritengono essere un reale contributo dall’esperienza di atleti e dall’attuale contesto di adattamento di necessità e abitudini. Con qualcosa di sostanza, che realmente possa servire. Non con altro di superfluo.

Oggi, costretti a casa, e a fermarci, secondo me è bene anche che ci rendiamo conto che non solo non ci manca nulla, siamo letteralmente stracolmi di tutto.

Invece in questo già ristretto spazio esistenziale, stiamo rischiando di comportarci da bulimici impazziti, approvvigionandoci tanto di prodotti reali quanto di virtuali come se fossero la risoluzione a tutto pur sapendo che non lo saranno.

Meno male che già da un po’ eravamo impegnati a riconnetterci a noi stessi, alla natura, a imparare dagli animali. 

Natura e animali una cosa insegnano su tutte: che c’è il tempo dell’attesa. Quello in cui accade tutto. E, in caso di pericolo, quell’attesa significa stare fermi e in silenzio. 

Invece eccoci noi due in call-meeting, in rispettoso smart working… 

Per fortuna a un certo punto scoppiamo a ridere:

noi ad analizzare la situazione, a commentare news e protocolli (da due nazioni diverse), a parlare di piani di lavoro per le prossime settimane e per un futuro-boh, mentre lui, un animale, è dietro che dorme beato sul divano. Una finestra sull’altra.  

Sono contenta che ce ne siamo accorte. Perché secondo me, è di queste cose che ora dobbiamo accorgerci. E, possibilmente, riderci su. 

Paura ce l’abbiamo tutti, paura per oggi e paura per domani. In difficoltà ci sentiamo tutti, però credo che sia importante fare il bilancio delle difficoltà vere, rispetto alle difficoltà percepite. Concentrarci sulle prime, significa trovare anche delle soluzioni. Sulle percepite dobbiamo per forza rimandare. 

Rimandiamo e impariamo l’attesa. Tireremo le somme su questa apocalisse globale e democratica, dopo. Facciamolo dopo, seriamente, senza svicolare. Ma dopo, non prima.