Team e solitudine?

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Quanto importante è il lavoro di team in questo periodo storico?

Una domanda che ultimamente mi viene posta spesso, soprattutto in questo periodo visto che da poco è uscito un mio libro proprio su questo argomento!  LINK (Il Team Invisibile ed. Rizzoli)

Ma quello di cui voglio parlare oggi è una cosa un po’ diversa: spesso, più di quanto ci piaccia ammettere, dentro quello che diciamo e facciamo mettiamo anche cose che ci sorprendono, che ci spiazzano, ed è proprio ragionando su questi “imprevisti” che si può imparare qualcosa di nuovo, su se stessi e sugli altri.

Andiamo con ordine!

È da domenica 25 aprile, da quando ho fatto l’intervista in diretta a Il boss del weekend su Radio Deejay che mi chiedo da dove mi è venuta la risposta che ho dato a Daniele BossariLINK

“Quanto è importante il lavoro del team in un periodo storico come questo?”

“È tanto importante!”

La domanda di Daniele era “un assist perfetto”, avrei potuto parlare per ore senza esaurire l’argomento…

Avrei potuto dire che ora più che mai dobbiamo volere, attuare, ottimizzare, ciò che sta alla base del team: la cooperazione (operare insieme per il bene comune). Solo attraverso la cooperazione, infatti, si viene fuori da una situazione difficile, situazione in cui il bene comune non è l’elevato concetto di “un mondo migliore”, ma è rappresentato anche solo dalla “sopravvivenza di tutti”.

Avrei potuto parlare della collaborazione che è alla base della cooperazione, e di come l’una e l’altra debbano andare a braccetto per funzionare e produrre buoni risultati.

Avrei potuto sottolineare l’importanza di fare delle riflessioni e dei passi di consapevolezza sul fondamento (o il risultato) di una e dell’altra che se compiuti portano a un ambiente di lavoro più sereno ed efficiente:

  • la collaborazione è lo strumento per dare vita al mutuo rispetto, alla mutua fiducia, agli obiettivi condivisi, ai valori condivisi, alle idee condivise, e alla generazione di nuove idee creando così una base solida e fertile per
  • la cooperazione che porta a una migliore qualità del lavoro, un vero e profondo impegno condiviso concreto per produrre innovazione.

Avrei potuto confermare, anche partendo dalla mia esperienza personale che l’obiettivo più alto che possiamo avere, ovvero fare del bene agli altri considerando il bene degli altri, prevede qualità quali:

ascolto, empatia, apertura mentale, rispetto, altruismo, conoscenza, generosità, comunicazione, condivisione,

e anche voler FARE MEGLIO INSIEME piuttosto che essere o “fare meglio rispetto a te”.

E fare meglio insieme prevede di abbattere il sistema di autodifesa, il meccanismo inconscio che scatta per proteggerci dalle tre macro paure che troppo spesso minano la nostra voglia di fare e le nostre qualità:

  • di non avere un significato
  • di non essere competente
  • di non piacere

sistema che è la trappola di un’esistenza basata sulla competizione, dove ci perdiamo collettivamente, e dove alla lunga ci perdiamo individualmente (prima o poi ci arrenderemo anche all’evidenza).

Avrei potuto sottolineare che il bene degli altri non è solo un obiettivo alto, ma può essere, anzi è, un bisogno che ha a che fare con un altro bisogno che nella scala dei bisogni di Maslow è considerato un bisogno primario:

il senso di appartenenza.

E partendo dall’importanza del senso di appartenenza avrei potuto proseguire ragionando sul momento che stiamo vivendo e sulla fatica che si fa oggi a coltivare il senso di appartenenza senza un “tempio” che ci accoglie tutti insieme e ormai abituati al lavoro a distanza, filtrato dagli schermi, da non ricordarci più come è fatta una persona in carne e ossa…

La soluzione che ho trovato per me e che penso possa valere per tutti noi sta nella necessità di coltivare la speranza di ritornare anche a vederci, a stare un po’ insieme, a lavorare in una stessa stanza – su questo non ci piove! – e nel frattempo l’importanza di darci da fare per nutrire il senso di appartenenza concentrandoci su:

  • il sogno
  • la visione
  • l’obiettivo
  • l’ambizione
  • il bene collettivo (qualsiasi sia il collettivo con cui abbiamo a che fare)

Dobbiamo aver voglia di farlo e dar fondo a tutta la nostra forza di volontà, in autonomia, nutrendo il nostro sogno, la nostra visione, il nostro obiettivo, la nostra ambizione, il nostro senso di responsabilità.

Dobbiamo nutrire la convinzione profonda che nessuno può arrivarci se non ci arrivano tutti. È questo il significato che io do, oggi più che mai, alla cooperazione.

È poi fondamentale non fermarsi all’”aver capito” questi meccanismi, è un lavoro quotidiano che richiede la nostra attenzione e il nostro tempo. Durante il cammino dobbiamo auto-monitorarci facendoci delle domande del tipo:

Sono bravo/brava a …

guardare nella stessa direzione degli altri?

continuare a guardare nella stessa direzione degli altri?

esserci sempre per gli altri?

accogliere le difficoltà e la crisi?

gestire la parte emozionale che influisce sugli altri?

non mettere in discussione il lavoro insieme agli altri?

nutrire la fiducia verso me stesso/a e gli altri?

lasciare spazio, mantenere e garantire la libertà a me stesso/a e agli altri?

Insomma, come avrete capito sull’argomento da dire ci sono un sacco di cose, e la domanda di Daniele poteva farmi percorrere tante strade che ritengo oggi di cruciale importanza sia nel mondo del lavoro che nella sfera privata del benessere individuale.

E INVECE? Invece di parlare di tutto ciò

ho parlato di SOLITUDINE!

Perché tutto quanto sopra è vero, accidenti se è vero!

MA se non siamo in grado di riconoscere e ammettere che, dopo tutti questi mesi,

il senso di solitudine può essere apparso

e può avere un ruolo più o meno importante nella nostra quotidianità, non riusciremo a ripartire e a far ripartire i processi, in un modo per forza nuovo, in modo funzionale ed ecologico per noi stessi e per gli altri.

Prima di ripartire dobbiamo riuscire a fare i conti con il fatto che abbiamo avuto tutti il tempo di guardarci allo specchio e farci un sacco di domande (chi non l’ha fatto è perché si è ingegnato per non farlo e, francamente, sono affari suoi!). 

E dobbiamo fare i conti con il fatto che in quelle risposte siamo soli. Ed è giusto così, perché la domanda esistenziale rimane un affare privato, intimo, rimane una responsabilità individuale.

Ma non lo è nel lavoro. Nel lavoro deve essere una questione prima individuale e poi collettiva. Sui diversi livelli, uno deve avere la possibilità di dialogare, confrontarsi, disperarsi, costruire, trovare soluzioni, sentire di non farcela, immergersi in una quotidianità senza senso di zoom call senza soluzione di continuità, sentire di progredire, nutrire la speranza per un futuro migliore… eccetera eccetera… ma deve farlo insieme agli altri!

Quindi, oggi mi rendo conto che la mia risposta a Daniele Bossari, quasi istintiva, sicuramente molto umana, ha un senso. Ha il senso di un messaggio, anzi tre, che qui mi sento di condividere perché per me sono stati un po’ una rivelazione:

non sentiamoci soli nel sentirci soli;

prendiamo questo sentire sul serio e facciamo in modo di provarlo il meno possibile, perché il senso di solitudine non fa bene a nessuno e proprio a niente!

aziende/organizzazioni datevi da fare per considerare prima i bisogni umani, stavolta non c’è alibi, non c’è via di fuga per fare diversamente.

Il resto verrà.

***

“𝑺𝒕𝒂𝒚 𝒈𝒓𝒐𝒖𝒏𝒅𝒆𝒅 

𝑲𝒆𝒆𝒑 𝒇𝒍𝒚𝒊𝒏𝒈 𝒂𝒏𝒅 𝒅𝒐𝒊𝒏𝒈 

𝑪𝒐𝒎𝒆𝒗𝒂𝒗𝒂𝒃𝒆𝒏𝒆!” 

𝑴𝒂𝒓𝒊𝒂𝒏𝒏𝒂