Ma alla fine, che biiip è questo coaching?

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Ho fatto tanta fatica ad accettare di aggiungere una pagina dedicata al coaching sul mio sito, una frase che espliciti che sono coach certificata da una scuola a sua volta certificata ICF (International Coaching Federation). Il che è da specificare certo!

Se non mi fossi avvicinata al coaching dieci anni fa circa, quando si iniziava a parlarne in Italia, si iniziava a parlarne tanto e a tutti, se fossi una persona, una professionista, che si avvicina ora al coaching, avrei tanta confusione e parecchie difficoltà a pensarla una cosa buona.

Chi è il coach?

Colui che, dalla cover di un cofanetto di DVD, ti punta l’indice contro a mo’ dell’iconico a stelle e strisce “I want you!”?, dicendoti che tu-sei-un-figo-a-priori-solo-che-non-lo-sai e lui-sì-invece-che-lo- sa-e-te-lo-può-far-capire (vista dall’altra parte, senza di lui, in sostanza, sei uno sfigato e basta).

Colui che nell’anonimato assoluto ha fondato una scuola per la propagazione del verbo (che poi in questo caso non sarebbe il verbo, ma “il metodo”) e in una settimana tutto-incluso incorona altri nuovi coach?
Colui che raccontandosi e raccontando di come vanno le cose in questa vita, dall’alto di un piedistallo su cui si è messo o su cui è stato messo, diventa un guru (anche suo malgrado) e motiva la folla?
Colui di cui tanto si parla in azienda? che ti farà diventare il manager che l’azienda vuole?

Ops ho sbagliato: colui che ti farà diventare il manager che tu vuoi e che l’azienda vorrà perché l’azienda vuole manager che si sentano veramente se stessi. Che siano leader, che siano umili, che sappiano lavorare in team, trainando il team, ma allo stesso tempo sentendosi parte del team alla pari, ma poi:

“sono leader o non sono leader? traino o mi accodo? decido o lascio decidere?”

Se mi avvicinassi ora al coaching, probabilmente dopo qualche tentativo di comprensione, abbandonerei la via in favore della psicanalisi.

Ma la mia storia è diversa.

Io ho avuto la fortuna di incontrare un coach nove anni fa.

L’ho incontrato cercando un coach per mio marito. Di nascosto, ovvio! Ora è ex marito, e forse è ovvio anche questo! (Chi sta leggendo, ed è coach, qui si fa una grassa risata.)
Il coach in causa, con molta professionalità, mi spiegò che non funziona così, ovvero non si cerca il coach per qualcun altro, lo si cerca per se stessi
(e qui si apre un capitolo importante sulla triangolazione in azienda, secondo me – nota bene sempre per i coach).
Dopo qualche settimana di riflessione, chiesi un nuovo incontro e dissi

“Ok, allora se proprio non puoi farlo a lui, vuoi fare da coach a me?”

E da lì iniziò il mio percorso.

Sapevo esattamente che cosa era e faceva un coach? NO.

Sapevo quello che mi aveva spiegato lui, ma soprattutto sapevo quella parte del tutto che mi era rimasta in mente.

Quello che mi aveva fatto decidere per il “sì inizio questa cosa qui del coaching” fu il “lavorerai sul tuo presente, definirai i tuoi obiettivi, il tuo piano d’azione.”

Questo mi bastava: la concretezza mi rassicurava, questa cosa qui del coaching mi poteva fare bene.

Il mio coach era (è) a un’ora e un quarto di auto da casa mia, e il primo viaggio me lo ricordo benissimo. Nell’ora e un quarto di andata, per tutto il tempo, mi chiesi: “Che cacchio ci vado a fare? Cosa gli dico a questo?”.

La mia vita era un bel minestrone, in quel momento, sia privatamente che professionalmente. Ero nel mio periodo sabbatico, due case, in due regioni d’Italia, a più o meno cinquecento chilometri di distanza una dall’altra, io che in qualche modo mi ero messa in testa (liberamente) che potevo fare la moglie, anzi meglio: mi ero messa in testa di poter fare la moglie pendolare (500 km andata + 500 km ritorno, a settimana) e sentendomi pure gratificata.

Pochi mesi prima di incontrare il mio coach mi ero licenziata, quasi dopo 10 onorevoli anni in una grande, importante e bella azienda, dove avevo un ruolo molto “figo”, tra i più invidiati, e quelle certezze economiche che, nel tempo, mi avevano permesso di crearmi il mio nido e qualche altra sicurezza del tipo tradizionale.

Mi ero licenziata (con un coro di “sei pazza?”) perché non mi bastava più, e l’avevo fatto prima di sapere che cosa invece avrei voluto in sostituzione. Anche se ero certa allora, come lo sono adesso, non sicuramente la Vanlife.
Subito dopo le mie dimissioni, una volta che la notizia si diffuse, ricevetti delle proposte di lavoro. Ma ci rinunciai per la paura di ritornare in un vortice dal quale, mi dicevo, ci si mette anni poi ad uscire, magari una vita intera, e io mi sarei pentita amaramente di sentirmi di nuovo in un vortice, questo lo sapevo.

Detto ciò però non avevo un piano in mente. E questo non mi faceva onore di certo.

Analisi, strategia, obiettivi, piani, risultati, crescita eccetera eccetera, per anni avevo imparato che non si fa nulla senza avere tutto, o quasi, chiaro in mente e magari anche su carta, e io invece?

Con una sciabolata al collo della bottiglia, nemmeno in, o per, un’occasione speciale, stavo spandendo spumante alla ‘azzo’.

Una volta arrivata da Seba* capii subito che non era importante essere preparati su qualcosa (ma dai?!?), era piuttosto importante essere pronti ad aprire tutti i canali, i cinque sensi, magari anche il sesto, verso l’esterno, e, cosa più complicata, verso l’interno.

Mi fece delle domande. Tante domande. 

Tante tante domande. Su di me.  Niente di più facile allora, giusto?

SBAGLIATO!

Una vita scolastica e lavorativa a imparare a rispondere a delle domande, e a rispondere su noi stessi? ZERO!
Dopo due ore di coaching (di solito una sessione è di un’ora, ma vista la distanza da percorrere per me, ci eravamo accordati sulle due ore a sessione) e tantissime domande, belle chiare, concise rivolte a una con le palle degli occhi roteanti nel vuoto, risalii in auto per tornare a casa.

L’ora e un quarto del primo rientro a casa fu tutta un pianto lungo e ininterrotto. Per l’anima ferita. Credo si trattasse dell’anima.

“Chi sono io? Che cacchio voglio fare nella vita? Perché mi sento così deficiente? Possibile che tutti sappiano dove andare, cosa fare, chi essere e io no?” “Ma poi chi cacchio è questo per farmi tutte queste domande?” “Basta non ci vado più!”.
La stessa tiritera continuò per le prime tre o quattro sessioni.
E questo testimonia che nonostante il basta-non-ci-vado-più, ci tornai da quello lì. E a distanza di nove anni, quando serve, ci vado ancora. Ora ci vado in caso di bisogno estremo, con un quesito già bello confezionato e chiaro. Ho imparato.

A volte però ci vado anche solo per raccontargli, a posteriori, cosa ho già fatto, come la bambina nel confessionale che sa di aver peccato di peccati che poco contano, tipo l’aver disubbidito ai genitori, e allora che cosa mai potrà succederle? E lui, il mio coach, lo sa, e adesso va bene così.
Per me il coaching è un percorso alla riscoperta di me stessa, nella mia vita a trecentosessanta gradi, poco importa se lo spunto è professionale, o personale, o sentimentale, o filosofico, o che ne so.

E’ un PERCORSO senza sosta e senza meta finale ben definita, con tante tappe intermedie, che invece vanno definite. Nel mio caso, a quarant’anni e giù di lì, è un percorso di consapevolezza e anche di accettazione entusiastica di essere e sentirmi senza paura un costante WORK IN PROGRESS.

Di nuovo: chi è il coach?

E’ la guida. Che agisce su di me per farmi riscoprire chi sono ogni volta che mi viene da chiedermelo, per farmi trovare il sistema (voglia, risorse) per rialzarmi quando cado, per farmi scegliere la mia via al bivio, per farmi fare le domande alle quali, in quel momento, voglio dare delle risposte.

Quanto abbiamo bisogno di una guida?
Io tanto. Certo ho un sacco di amici, tanti vicini, altri lontani, ho accesso a risorse infinite, ma il senso di smarrimento in certi momenti, quelli non sempre te li tolgono gli amici, i famigliari, i colleghi.

I libri sono ottimi compagni di viaggio senza i quali non potrei vivere, sono coach occasionali, che stravolgono un punto di vista, o mi fanno fare un balzo improvviso in avanti, o magicamente definiscono con parole delle vaghe sensazioni.

Il coach-guida mi aiuta a definire i puntini in un pezzo di vita e a disegnare le linee tra i puntini. E’ l’IT che mi aiuta a fare l’upgrade del mio sistema operativo.

E dunque?
Io credo sia importante che ognuno di noi trovi la propria guida, il proprio IT.

Siamo esseri complessi e viviamo una vita complessa.

Io credo che l’ideale sia avere tante guide per i diversi aspetti della vita.
Io ho: la mia migliore amica, da quando avevo 11 anni, per il tutto-e-più-su-di-me, diversi amici/ consulenti per la parte professionale, l’architetto/consulente per ogni aspetto estetico di dove vivo o vorrei vivere, l’amica/psicologa con cui confrontarmi per momenti di crisi o fatti gravi, l’amica/amministrativa per la parte di gestione di-cui-non-ne-voglio-tanto-sapere. Poi l’avvocato di fiducia, il commercialista di fiducia, eccetera.

Non si conoscono tra loro, sono collocati in diverse aree geografiche del mondo, ma sono lo stesso una squadra, fanno un lavoro di squadra, supportandomi e aiutandomi.
Sono persone che ho incontrato lungo la via, che ho scelto, mi hanno scelto e nel tempo hanno assunto un ruolo importante nella mia vita.

Poi ho il coach.

Se anche tu, a un certo punto, sentite il bisogno di aggiungere un coach alla tua squadra, il consiglio che mi viene da darti è di fare tanti primi incontri con diversi coach, finché non troverai il tuo. Quando lo troverai, lo capirai.

Non necessariamente sarà quello affine a te, il più carino, il più gentile, quello che ha il tuo stile, o che ha un bel sorriso, o che ne so.

Può essere che sia quello che ti disturba di più, quello che riesce subito a spostarti, anche se di pochi millimetri, da dove sei.

Lo riconoscerai dal fatto che per qualche strano motivo avrai voglia di tornare proprio da lui.

E ne varrà la pena, SE:

  1. a priori: “Accetti te stesso come una buona persona, che può fare errori”. (oh mamma che sia di stimolo ai fuorilegge?)
  2. NON parti con l’idea di NON poter: essere chi vuoi essere, fare quello che vuoi fare, arrivare dove vuoi arrivare (and repeat). Perché se parti con questa idea, non ti serve una guida per darti ragione, ce la puoi fare da solo/a e gratuitamente.
  3. Ti metti in testa che le domande che vengono poste, sono domande che tu devi fare a te stesso, e a cui nessuno può rispondere se non di nuovo tu. Ti serve una guida per questo? Lo decidi tu.
  4. Se vuoi qualcuno che risponda per te alle domande, hai bisogno di un consulente esperto in materia, non di un coach.
  5. La guida è una guida e fa la guida. (Puoi pensarlo una ripetizione del punto 3, ma credimi, serve.)
  6. Una volta che ti sei fatto fare e ti sei fatto le domande, e una volta che ti sei dato le risposte, devi smetterla con domande e risposte e invece farti il c… e agire.
  7. Accetti di essere l’unico responsabile di quello che pensi, dici, fai (o non pensi, non dici, non fai).
  8. Se vuoi qualcuno che faccia le tue veci nella questione “responsabilità”, di nuovo, hai bisogno di un consulente, non di un coach.
  9. Affronti il percorso con tutte le sue buche e i suoi ostacoli, senza aggirare niente. Pensavi fosse facile? Primo errore!
  10. Comprendi che i passi avanti sono avanti se concreti e misurabili (non funzionano le pillole placebo tipo i tarocchi, la sfera di cristallo, la lettura della mano).
  11. Comprendi che il tuo percorso dura una vita, non un weekend o il modulo da 4 sessioni. Pensavi fosse veloce? Secondo errore!
  12. Desideri, da un certo punto in poi, salutare la tua guida ed essere autonomo.
  13. E magari nel frattempo ti sei scelto anche dei consulenti per le parti specifiche per cui c’è bisogno di competenze specifiche e/o tecniche.
  14. Lavori sodo. E poi continui a lavorare sodo.

Perché

“La felicità è un LAVORO interiore.” cit.

= BUON LAVORO A TUTTI NOI!

*Sebastiano Zanolli

P.S. Per definizioni precise sul coaching, basta cercare su google.