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LO SPORT, UNA METAFORA PERFETTA

La mia passione per la comunicazione realizzata attraverso lo sport deriva dalla convinzione che la grande forza dello sport risiede nel legame emozionale diretto che esso crea con il pubblico spettatore. Sono convinta che impegno e fatica, successo e fallimento nello sport siano metafore semplici e perfette della quotidianità, dei progetti e dei sogni di ciascuno di noi.

IL TEAM DI SPEAKER

Gli atleti del team non devono solo avere un buon curriculum sportivo, devono anche avere prima la voglia e poi la capacità di parlare di se stessi, dei loro obiettivi, di raccontare le loro imprese, a un pubblico tecnico che conosce le loro storie o il terreno su cui agiscono e anche a un pubblico più ampio che può desiderare farsi ispirare da loro e dalle loro avventure.

Il sogno, gli obiettivi, i limiti, gli ostacoli, la paura, il successo, il fallimento, la rinuncia, l'esplorazione, l'innovazione, il team, la leadership sono alcuni dei temi richiesti dalle aziende.

Tutti i temi vengono sviluppati ed esposti traducendo l'esperienza sportiva in messaggi universali utili, di ispirazione e di stimolo nella vita personale e professionale.

Tra gli atleti-speaker nel team ci sono:

Con più di 60 spedizioni alpinistiche al suo attivo, è uno dei più noti alpinisti a livello internazionale e l’unico ad aver realizzato 4 prime salite invernali su un ottomila.

E’ anche pilota di elicottero in Himalaya e autore di 9 libri pubblicati in Italia e all’estero.

Il suo lungo percorso fino a qui è costellato di successi, di fallimenti e di rinunce, ma ancora oggi Simone continua a sognare e, come dice lui, a spostare l’asticella sempre più in alto.



"Non ci sono cose impossibili cose quasi impossibili, solo quasi."
  • Perseveranza e tenacia
  • Innovazione
  • Il piano B
  • Fallimento e successo
  • Team e leadership

Per progetti di speaking, experience o sponsorship con Simone, chiama!

Simone Moro è l’unico alpinista al mondo ad aver realizzato 4 prime salite di 8000 metri in completa stagione invernale: Shisha Pangma (8.027 m. - nel 2005), Makalu (8463 m. - nel 2009), Gasherbrum II (8.035 m. - nel 2011), Nanga Parbat (8126 m. - nel 2016). Tra i numerosi premi vinti, ha ricevuto il “Pierre de Coubertin World Trophy” dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, il “David A.Sowles Memorial Award” dall’ American Alpine Club e la Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente Della Repubblica per l’operazione di soccorso estrema sul versante ovest del Lhotse (8156 m.) in Nepal, in solitaria, di notte, con un alpinistato rischio di valanghe e senza l’uso di ossigeno. È pilota di elicottero specializzato nel soccorso in Himalaya.
È autore di 9 libri - pubblicati con Corbaccio e Rizzoli - che sono stati tradotti in inglese, tedesco, spagnolo e polacco.

Cosa spinge un alpinista ad affrontare quelle montagne che sembrano irraggiungibili per l’uomo, con la paura e la consapevolezza dei rischi a cui va incontro? Cosa lo spinge al campo base prima, alle singole tappe della salita poi, e fino alla cima? Potrà mai sentirsi “arrivato”? Le vette di un alpinista sono la metafora delle sfide che ognuno di noi ci poniamo nella vita professionale: sembrano impossibili da vincere, troppo lontane per pensarci oggi. L’ambizione e la motivazione sono il motore principale di un percorso spesso lungo, insidioso, con crepacci e bufere improvvise, ma che alla fine porta al raggiungimento dei propri obiettivi. Un vero e proprio viaggio, durante il quale bisogna imparare a vivere i successi e soprattutto i fallimenti come punti di ripartenza. Una scalata fatta di piccoli passi, i cui attrezzi imprescindibili sono la tenacia, la perseveranza, l’umiltà, l’impegno, la dedizione e la passione.

Una delle alpiniste d’alta quota più forti del mondo, ha affrontato gli 8000 in invernale. Tra le sue imprese: nel 2010, a 23 anni la donna più giovane sul Lhotse, nel 2014 ha raggiunto la vetta del K2, senza ossigeno, come seconda donna italiana nella storia dell’alpinismo. Nel 2016 tenta la vetta del Nanga Parbat in inverno con Simone Moro, lui la conquista mentre lei è costretta a rinunciarvi a 70 m. dalla vetta. Per Tamara la montagna è il “campo di gioco” di grandi gioie e di grandi dolori, attraverso cui conoscere se stessa ed evolvere.

“Ogni momento che trascorro in montagna mi rende più consapevole di chi sono e più grata alla vita.”
  • Credere
  • Il valore della rinuncia
  • Sfida con se stessi
  • Il team vincente
  • Equilibrio

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Una delle alpiniste d’alta quota più forti del mondo, ha superato gli 8000 in invernale. Fin da piccola ha praticato sport agonistico e ha vinto titoli importanti come membro della squadra nazionale di sci-alpinismo: Campionessa del Mondo sulla lunga distanza (2008), due volte Campionessa Italiana (2006 e 2008), Vice-campionessa (2007), vincitrice del Pierra Menta (2007 e 2008). Nel 2009 ha fatto la sua prima esperienza alpinistica in Nepal.
Altri suoi traguardi sono stati: nel 2010, a 23 anni la donna più giovane sul Lhotse (8516 m.), con ossigeno e il Cho Oyu (8210 m.), senza vetta; nel 2011 Khan Tengri (7010 m), nel 2012 Muztgah Ata (7546 m.) e Broad Peak (8047 m.), senza vetta; nel 2013 Pik Lenin (7134 m.), nel 2014 ha raggiunto la vetta del K2 (8611 m.), senza ossigeno, come seconda donna italiana nella storia dell’alpinismo.

Autrice di Io, gli ottomila e la felicità ed. Rizzoli, tradotto e pubblicato in tedesco.

Tamara Lunger si è fatta conoscere al mondo come un’alpinista capace di scalate estreme, ma anche di grandi e coraggiose rinunce. Dopo il successo della vetta del K2 senza ossigeno, nel 2014 l’alpinista Simone Moro la invita ad essere sua compagna di cordata in una spedizione invernale. Ma nel 2015 al Manaslu le condizioni meteo impediscono la salita della montagna. Nel 2016 Simone Moro le rinnova l’invito, questa volta per il Nanga Parbat. Una nuova lunga attesa al campo base prima che le condizioni meteo fossero favorevoli per la salita e all'ottantesimo giorno di spedizione, dopo avere raggiunto i 6100 m. in una sola notte con acclimatamento quasi nullo e altre 4 ore di scalata all'ombra con una temperatura percepita di -58°, stremata da sofferenza, freddo e fatica, a soli 70 metri dalla vetta ha scelto di tornare indietro, da sola, rinunciando a diventare la prima donna capace di una prima invernale su una delle 14 più alte montagne della terra.

Freerider e base jumper professionista del team Red Bull, è stata la prima donna al mondo a fare ski base. Nell’agosto del 2006 la sua vita è stata stravolta da un incidente quasi fatale. I medici dicevano che sarebbe rimasta su una sedia a rotelle, invece, dopo 20 interventi chirurgici e un lungo percorso di riabilitazione, ha re-imparato a camminare. E, incredibilmente, ha re-imparato a sciare!

“Che cosa può andare storto?"
  • Motivazione
  • Determinazione
  • Paura del cambiamento
  • Seconda chance
  • Team e leadership

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Karina aveva un sogno: volare come un uccello. Le fu insegnato fin da bambina che quando aveva paura, doveva guardare “su" e questo fu quello che fece sempre, fino a diventare una freerider e una base jumper professionista. Karina è una pioniera, essendo stata la prima donna al mondo a performare una ski base.

Per oltre un decennio fu un’atleta professionista nel team Red Bull e The North Face sia come freerider che come base jumper.
Un sogno che diventa realtà, una vita perfetta, finchè qualcosa va storto con il suo paracadute, cambiandole drammaticamente la vita.

Nell’agosto del 2006, alla coppa del mondo di paragliding in Svizzera, lei e un gruppo di amici sono invitati a fare una esibizione. Sarebbe solo stato un volo di routine dall’aereo, con la sua tuta alare, per intrattenere una folla di migliaia. In volo sopra tutte queste teste, non poteva essere più felice. Karina fece il salto da un piccolo aeroplano, disegnando delle figure nel cielo, nella sua tuta alare. Mentre volava, filmava gli altri con una videocamera montata sul suo caschetto. Quando Karina tirò la cordicella il suo paracadute si spiegò, ma si accorse subito che qualcosa non funzionava. Con nessuna possibilità di interrompere la sua caduta, si schiantò su un grande masso.
Fu uno schianto quasi fatale, sopra i nasi all’insù di migliaia di spettatori. Si schiantò a 100 km/h, e le sue gambe si fratturarono in 21 punti. Sebbene i medici dissero che non avrebbe più camminato, dopo 20 interventi chirurgici, invece recuperò l’uso delle gambe. Dovette imparare di nuovo a camminare, e poi ritornò anche a sciare e a vivere la sua vita appieno.

Il suo film biografico "20 Seconds of Joy” (20 secondi di gioia) vinse il Miglior Film di Sport di Montagna e il People's Choice Award al Banff Mountain Film Festival del 2007.
Karina è oggi una speaker e un'autrice di rilievo internazionale. La sua autobiografia ‘The Wonderful Feeling of Fear’ (il meraviglioso brivido di paura) è pubblicata in diversi paesi e il suo speech è andato sul palcoscenico del TEDx. Karina è anche una life and business coach. Le sue abilità nel coaching vengono da un background in Programmazione Neuro Linguistica e Chinesi Terapia Attiva. La sua abilità di spingersi oltre i limiti, di rimanere focalizzata e la capacità di rimettersi in moto nelle avversità, sono i temi chiave che condivide attraverso lo speaking e il coaching.

Jacopo si innamora dell’arrampicata all’età di 10 anni, la sua passione è così grande che si dedica corpo e anima a questo sport, in tale misura da testarsi in gara e arrivare spesso al podio. Diventa un atleta della Nazionale Italiana di Arrampicata competendo per diversi anni e, nel 2010, dopo la vittoria del Campionato Italiano Assoluto di Boulder prende un’importante decisione per la sua carriera e il suo futuro: abbandona il mondo “protetto” e misurabile delle competizioni, e decide di cercare il suo percorso di climber nelle parti più remote del pianeta seguendo il suo motto preferito.

“La sola costante è il cambiamento."
  • Visione e motivazione
  • Sfida con se stessi
  • Cambiamento
  • Perseveranza
  • Il mondo (non) protetto

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Nato e cresciuto in Alto Adige, ha mosso i primi passi “verticali” all'età di dieci anni, in palestra, dove la sensazione di libertà che ha provato scalando lo ha affascinato a tal punto da decidere di investire tutte le sue energie in questo sport, accorgendosi ben presto che gli sforzi venivano ripagati.
Dopo due anni dagli inizi, è entrato casualmente in contatto con il mondo delle competizioni, classificandosi secondo nella sua gara di esordio. Incoraggiato dall’esito positivo, ha dedicato anima e corpo all’agonismo, vincendo per diversi anni i circuiti nazionali giovanili, nelle specialità Boulder e Lead, e gareggiando anche fuori dallo Stivale come membro della Nazionale Italiana. La vittoria del Campionato Italiano Assoluto Boulder 2010 rappresenta uno dei suoi risultati più significativi e anche un giro di boa, perché subito dopo ha scelto di abbandonare l’universo agonistico.
Spinto dal desiderio di affrontare nuove sfide, il suo interesse si è spostato verso le diverse sfaccettature dell’arrampicata, passando dalla scalata tradizionale alle vie lunghe, dall’ice climbing alle spedizioni. Non è stato semplice lasciarsi alle spalle le origini, quindi le gare e l’arrampicata sportiva, ma era determinato a rimettersi in gioco: quel momento ha segnato per Jacopo un nuovo inizio, era giunta l’ora di testarsi in condizioni più severe e stimolanti.
Le ultime avventure intraprese lo stanno spronando a perseverare nelle sue attuali passioni: intende viaggiare alla ricerca della sua linea perfetta, con il sogno di aprire, in una zona remota della Terra, una via capace di riassumere il percorso intrapreso come arrampicatore. È un sogno ambizioso, che spera di realizzare seguendo la sua filosofia “l’unica costante è il cambiamento”: per maturare come persona e scalatore, nello sport come nella vita, non bisogna temere di uscire dalla propria zona di comfort.

Nel corso degli anni l’arrampicata si è trasformata per Jacopo da semplice sport a scuola di vita: è diventata un mezzo per imparare e per crescere, per esplorare il mondo, fuori e dentro di se. Ognuno di noi ha dei sogni. Il più delle volte per realizzarli non basta solamente fortuna e talento, ma perseveranza, duro lavoro e fiducia nelle proprie capacità. Spesso durante il percorso ci imbattiamo in mille imprevisti, che però, restando positivi e determinati, possiamo riuscire a sfruttare a nostro favore. Quest’attitudine, insieme al lavoro di squadra, sono per Jacopo le chiavi necessarie per realizzare i suoi sogni, nonché i temi che più frequentemente emergono nei suoi racconti.

44 triatlon, 7 ironman, 12 ultra trail e poi?
A un certo punto Stefano capisce che le competizioni non gli bastano più, capisce che gli manca qualcosa. E così passa alle grandi traversate esplorative, alla ricerca dei punti bianchi sulle mappe in questo nostro bellissimo pianeta, in parte ancora inesplorato. Dall’Artico all’Atacama, al Namib, alla Kamchatka, migliaia di chilometri percorsi, al caldo o al freddo estremi, Stefano ha la capacità di affrontare queste dure prove grazie alla preparazione fisica e mentale. Certo, non sempre tutto va come programmato, e anche gli imprevisti hanno bisogno di allenamento.

“Ci vuole un sogno, amare la fatica, essere pronti ad affrontare le difficoltà e a sentirsi nulla nella natura."
  • Esplorazione
  • Preparazione
  • Focus
  • Sesto senso
  • Team e leadership

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Bambino gracile, con la scogliosi e le scarpe ortopediche, appassionato di sport e in particolare di sport in montagna, che crescendo arriva a competere in vari Ironman in Europa e negli Stati Uniti, per poi sentirsi costretto nei percorsi predefiniti delle gare e scegliere la corsa fuoristrada. 

Dopo molte imprese, dalla traversata del deserto di Atacama (1.200 km), dell’Isola di Baffin a 51° gradi sotto zero, alla vittoria alla Yukon Arctic Ultra nel gelido inverno canadese, nel gennaio 2018 sceglie la Namibia, il deserto più antico al mondo. In estate, all'arsura dei suoi 55°, una continua ricerca di centimetri di ombra, dove l'acqua è il bene primario per eccellenza. Un mese, 2000 chilometri circa. Un'avventura che parte da un progetto, dall'idea di scoprire luoghi intoccati dall'uomo, che richiedono un grande rispetto per preservarne l'integrità e la purezza. Un progetto che prevede una grande preparazione fisica, tanti sacrifici e la disciplina che ti permette di arrivare alla meta a piccoli passi, giorno dopo giorno, km dopo km. Ma ancor di più necessita di una preparazione mentale, la sola in grado di sostenerti quando perdi l'entusiasmo iniziale, quando incontri problemi e difficoltà, quando la motivazione subisce quel calo fisiologico che sperimenti dopo grandi fatiche. È in quel momento che bisogna essere allenati anche a fare ciò che non piace e che non si vorrebbe fare, bisogna essere pronti a sostenere la stanchezza mentale, un macigno più pesante di quella fisica, mantenendo il focus sull'obiettivo, ricordando la meta che hai deciso di raggiungere e il significato che ha per te.

Fondamentale è il ruolo delle persone che ti supportano: hanno il potere di rilanciarti e trasferirti l'energia che un po' hai perso oppure di prosciugare anche l'ultima goccia di linfa vitale che ti rimane al termine di una giornata di fatiche, di dolori, di emozioni contrastanti.
L’esperienza di Stefano in Namibia è quella di un team che non funziona, che diventa l'ostacolo principale al raggiungimento della meta. Perché se le persone del tuo team non condividono il tuo progetto, non capiscono il senso di ciò che stanno facendo, non vengono coinvolti nel processo di ideazione, non possono sentire l'urgenza e l'appartenenza a quell'obiettivo che ti spingono, che ti fanno fare anche ciò che non ti piace, ma lo fai, per una meta comune più importante che ne fa valer la pena. Spetta al leader, a chi crea l'obiettivo, costruire un team di competenze, di fiducia, di condivisione.

Da anni di pallavolo in serie C1 e nessuna esperienza nel mondo motori, all’amore per le gare, fino a conquistare il podio in diverse circuiti ed essere scelta per una line up tutta al femminile per il prestigioso circuito europeo di Le Mans (ELMS). Dall’abbraccio sicuro di madre ai 400 km/h in pista, Manuela incarna l’esempio della donna dinamica che deve riuscire a conciliare i tempi della famiglia con gli impegni sportivi e agonistici, interpretando al meglio il connubio tra l’essere mamma ed essere atleta. È lei la vera ambasciatrice di questo intento, e ogni giorno lavora con tenacia per potersi affermare e farsi strada puntando su preparazione, concentrazione, capacità tecniche e anche cuore.

“Dal momento che chiudi la portiera tutto è nelle tue mani! Ed è così affascinante!"
  • Il punto di equilibrio
  • Multitasking
  • Tecnica e sensibilità
  • Talento e duro lavoro
  • Singolo vs team

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Nel 2014, il colpo di fulmine, durante un test di fine campionato, il fratello David (Campione Europeo Ferrari Challenge Coppa Shell) ospita Manuela a bordo della sua Ferrari 458 Challenge, incitandola a provare l’auto. In quel preciso istante per lei è stato chiarissimo cosa avrebbe voluto fare nel suo futuro: la “pilotessa” di auto da corsa! Dopo una promettente carriera nella pallavolo, un punto di svolta in cui sperimenta il brivido e l’eccitazione di essere l’unica responsabile del risultato della gara. In pochi anni dimostra di avere talento e potenzialità, sale sul podio in diverse occasioni, l’ultima volta alle Finali Mondiali … 2018 guadagnando il terzo posto.

Cosa c’è di più lontano tra un pilota di auto da corsa e una mamma? Tra il brivido della velocità e del rischio, e il caldo abbraccio rassicurante e protettivo materno? Tra la competizione quasi totalmente al maschile e la dolcezza di una giovane donna? Nulla, o forse molto se ascoltiamo la realtà di Manuela Gostner, 30enne di Bolzano, nata in una famiglia in cui la corsa ad alta velocità è la normalità e che a un certo punto l’ha attirata a sé facendole lasciare una carriera promettente nella pallavolo. Per guidare un auto a questi livelli è necessario il giusto equilibrio tra tecnica e sensibilità, tra quando spingerla e quando rispettarla, per arrivare al sottilissimo limite dove guidare è come una danza. Tutto sta nel controllo del mezzo, delle sue possibilità e dei suoi limiti.

A differenza di altri sport, dice: “Nel momento in cui chiudi la portiera della macchina, tutto dipende da te anche se sei circondato da una squadra, ma sei tu a decidere tutto, la velocità - i rischi, sei puramente pilota e risultato di tutta la gara! Tutto è nelle tue mani ed è così affascinante!”

Sulle piste dall’età di 10 anni, nel 1999 eletto a “Studente dell’anno” al più importante corso di guida in Europa che lo lancia direttamente nel mondo del motorsport dal Ferrari Challenge, al GT Maserati, all'Alfa Romeo. Da pilota della “classe operaia”, come si definisce lui, arriva a coronare il suo sogno di bambino, 3 anni fa competendo alla prestigiosa gara, la 24 Ore di Le Mans. Giorgio è anche coach driver e mentore per altri giovani piloti.

“Sognavo la 24 h di Le Mans fin da bambino, ogni volta che sono lì, mi tiro pizzicotti perché non ci posso credere."
  • Insicurezza
  • Automotivazione
  • Focus
  • Miglioramento continuo
  • Singolo vs team

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Suo padre Renzo era un affermato preparatore di vetture da rally e proprio grazie alla famiglia, Giorgio ha debuttato all’età di dieci anni in Go-Kart. Da quel momento la carriera di Giorgio è stata intensa e costellata di successi. Il 2012 è un anno entusiasmante, quello che lo introduce alla più importante sfida della sua carriera: la 24 Heures di Le Mans, partendo un programma ambizioso ed entusiasmante di preparazione alla gara, il “Road to Le Mans”. Nel 2017 Giorgio e i suoi due compagni di squadra, Roberto Lacorte e Andrea Belicchi, conquistano il 9° posto assoluto alla 24 Ore di Le Mans. Nello stesso anno corrono la European Le Mans Series dove vincono 2 Top 5 del campionato. Il 2018 è il rilancio: European Le Mans Series e 24 Ore di Le Mans, come unico team interamente italiano.

Ci hanno sempre detto che l'insicurezza è negativa, limitante, da nascondere. E se invece non fosse così? Se quella sensazione di inadeguatezza, di mancanza, potesse diventare la molla che spinge a fare sempre di più, a migliorare, ad alzare l'asticella un po' più in su? Questa è l'esperienza di Giorgio, un “working class driver”, come si definisce lui, che ha corso in tutte le categorie, dalle più basse fino agli Sport Prototipo usate nelle gare di endurance. Oggi è pilota della 24 Ore di Le Mans, la gara più dura che esista, “l'Oscar dell'automobilismo”, una gara che – dicono quelli del settore - decide lei per i piloti, che chiede di performare al 101% per tutta la durata, le 24 ore, sia di giorno che di notte.

Giorgio arriva a questa gara epica quasi per caso: nel 2012 è un pilota affermato di campionati monomarca Gran Turismo, ha vinto la maggior parte delle competizioni della categoria, può tranquillamente continuare a vincere rimanendo nella sua area di comfort dove è riconosciuto e apprezzato. Ma manca qualcosa: capire che tipo di pilota è, fino a dove è in grado di arrivare, manca l‘opportunità per dimostrare a se stesso quanto realmente vale, per trasformare quell’insicurezza, che gli fa pensare di non essere in grado, in una sensazione di profonda soddisfazione personale. L'occasione arriva quando un ambizioso imprenditore gli chiede di aiutarlo a realizzare il suo sogno di correre la 24 Ore di Le Mans come “gentleman”, cioè come "non professionista", che per gareggiare ha bisogno di un pilota esperto che lo segua in questo lungo percorso di avvicinamento. E questa diventa l'occasione perfetta per Giorgio per testare sulla sua pelle la corsa più lunga e affascinante del mondo, una prova di coraggio e di forza, per dare tutto al 101%.

La 24 Ore di Le Mans diventa così lo strumento per dimostrare a se stesso di essere un bravo pilota, perché farcela in questa competizione è come ottenere un certificato di garanzia assoluta. La motivazione viene da dentro, dalla propria forza, dai propri obiettivi. È infatti una gara con se stessi, non tanto con gli altri piloti, ognuno viaggia al ritmo del suo team verso il proprio traguardo, una gara dove non si può barare perché l’arbitro è il cronometro, senza sconti per nessuno: ogni giro va fatto in un tempo inferiore al precedente, in un vortice di miglioramento e perfezionamento continuo che ti fa crescere, con una fatica lancinante e un mix di emozioni compresse in pochissimo tempo.

Gli speech sono confezionati su misura, sia per conferenze dedicate al mondo core sportivo di riferimento, sia per interventi mirati al mondo aziendale.

Lavoriamo direttamente con le aziende e in sinergia con le agenzie di eventi, le società di formazione.

Partiamo dal brief dell’azienda, definiamo le mappe concettuali, individuiamo i contenuti visual (foto, video, ppt o keynote) a supporto. Sia conferenze dedicate al mondo core sportivo di riferimento, sia interventi dedicati al mondo aziendale. Gli interventi possono essere:

  • ispirazionali
  • motivazionali
  • esperienziali
  • una combinazione di ispirazioni o motivazionali ed esperienziali (speech + attività)
    Il pacchetto "chiavi in mano" comprende:

  • la definizione del compenso
  • l'incontro informativo in sede da noi (a Treviso o a Bergamo) o via skype per la definizione delle mappe concettuali e del format dell’intervento
  • la selezione e la composizione dei materiali sulla base degli obiettivi definiti
  • la creazione dell'intervento "on stage"
  • i materiali per la promozione dello speech (foto e testi)

Siamo alla continua ricerca di nuovi atleti che desiderino raccontare su un palcoscenico le loro esperienze.

SELEZIONE

Selezioniamo sportivi di tutte le discipline e livelli di professionismo e performance che abbiano un CV di esperienze interessanti, belle storie da raccontare e il desiderio di farlo per regalare una parte di se al mondo.

Per poter essere selezionato/a ed entrare nel team di speaker, invia per email a info@mariannazanatta.com

  • una biografia
  • il tuo CV sportivo
  • i tuoi link social
  • un video
    • che hai già a disposizione su un tuo intervento pubblico oppure creato ad-hoc.
    • caricato su Vimeo o YouTube (anche con accesso privato), deve essere di minimo 5 e di massimo 10 minuti
    • in cui introduci la tua storia o una delle tue storie

ATTENZIONE!!! Noi investiamo sulla promozione e sulla vendita di te come speaker, mettiamo a disposizione conoscenza, competenza e network. Tu devi essere pronto a investire sulla tua formazione di public speaking one-to-one e sulla creazione dei contenuti a tuo supporto sul palcoscenico.

MARIANNA ZANATTA   |   SPORTS & BEYOND   |    +39 340 624 9031   |    marianna@mariannazanatta.com
PRIVACY   |    CREDITS   |   web agency: ADOK STUDIO   |   photographers: JULIANA WIKLUND - MATTEO ZANGA - KLAUS DELL'ORTO   |   translator: ALEXANDRA ERCOLANI   |   provider: KUBEE